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La Madonna del Latte mostra che Dio è veramente il neonato che, nelle prime fasi della vita, ha bisogno di nutrirsi dalla madre, come un qualsiasi altro bambino. La Vergine poi, rappresentata a seno scoperto, è colta nell'atto di allattare il figlio, mentre gocce di latte scendono dal suo seno fin nella bocca di Gesù. L’allattamento di Maria è un atto straordinario poiché la connota come madre e come donna, non come divina, ed è importante come testimonianza stessa del parto avvenuto. Traendo origine dalle reminiscenze di antichi culti sulla fecondità, il culto della Madonna del Latte ha avuto la sua fortuna proprio perché ha assorbito queste liturgie nella femminilità stessa della figura, ammantando di sacralità la quotidianità dei rapporti affettivi, sempre presenti concettualmente nelle Madonne classiche ma spesso assenti iconograficamente. La Madonna del latte di Giuliano Grittini non ha la sacralità tipica della tradizione iconografica classica, appunto; la Vergine ha le sembianze di una qualsiasi giovane donna che allatta suo figlio. Mal pettinata, vestita alla buona, con lo sguardo dolce e materno sotto un velo di tenera stanchezza, tipico di una mamma alle prese con il suo piccolo che le sgambetta vivace sulle gambe. Questa donna non trasmette un ideale di figura trascendente con attributi divini, per il modo in cui Grittini ce la presenta: è piuttosto una popolana, senza le caratteristiche delle Madonne dipinte nel Rinascimento o di quelle bizantine e medievali. L’artista ci rappresenta le due figure come persone semplici, come quelle che potremmo facilmente incontrare in qualsiasi borgo rurale. Grittini parla un linguaggio comprensibile a chiunque, e per lui la fede non va ricercata in un’altra dimensione, che rimane misteriosa e inaccessibile a noi umani, per lui il divino è immanente all’uomo, nei suoi gesti e nei suoi comportamenti terreni. Proprio come sostiene lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan, riferendosi alle opere di Caravaggio: “il motivo religioso è anche sociale: il divino si rivela negli umili”. D’altro canto, perfino lo stesso Gesù potrebbe essere scambiato per un bambino volubile, curioso, sorpreso alla nostra vista, come catturato da un flash improvviso mentre guarda fisso lo spettatore con occhi sornioni. Grittini è originale, per la mistura di spiritualità e di realismo, sempre in bilico fra delicatezza e brutalità, e lo stile del dipinto, tutto giocato su un naturalismo epidermico, non a caso rivela una chiara componente caravaggesca.
La tecnica Cracker Art affascina non solo perché trae ispirazione da Mimmo Rotella, ma perché pone dinanzi allo spettatore dei ritratti “multistrato”, che scoprono le diverse visioni di ogni icona ritratta. I personaggi escono dalla pellicola o dalla copertina della rivista che li ritrae, svelandone storie e sentimenti nascosti. Le immagini dei personaggi, siano essi reali, fantastici o divini come quelli appena citati, vengono destrutturate e ricostruite rinascendo, arricchiti da una poetica e una concettualità nuova e dirompente. L'innovazione che svela la Cracker Art di Giuliano Grittini è stata definita da Enrico Badellino come un' "intima commistione tra lontananza e partecipazione, distacco critico e coinvolgimento emotivo". Infatti il pathos, che alcuni personaggi iconici provocano, fa scaturire emozioni che stimolano riflessioni e moti di coscienza molto profondi. Molti sgranano gli occhi a sentir parlare di Cracker Art: alcuni pensano a una sorta di rivisitazione del Decollage; pochi o nessuno indaga invece sulle postulazioni di quella che è, a nostro avviso, “l’ultima fase dell’arte”, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Ciò non è poco, anzi è un fatto storico, significativo, che Grittini abbia veicolato in arte un particolare clima di storia e di costume, quello che segna la fine di quel Novecento, che si apre alle nuove tecnologie e ai media del terzo millennio.