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Andy Warhol, nato il 6 agosto 1928 a Pittsburgh, Pennsylvania, da genitori immigrati slovacchi, è stato uno dei pittori più influenti e iconici del XX secolo. Il suo vero nome era Andrew Warhola. Crescendo in una modesta famiglia operaia, Warhol mostrò fin dall’infanzia un talento artistico notevole. Nel 1945, si iscrisse alla Carnegie Mellon University, dove studiò arte e design.
Dopo essersi laureato, si trasferì a New York City nel 1949, in cerca di opportunità nel mondo dell’arte commerciale. Nel decennio successivo, Warhol lavorò come illustratore per importanti riviste di moda come Vogue e Harper’s Bazaar. La sua capacità di creare immagini accattivanti e stilizzate attirò l’attenzione, e presto divenne uno degli illustratori più richiesti della città. Tuttavia, il suo desiderio era quello di sperimentare con forme d’arte più audaci e provocatorie. Negli anni ’60, Warhol divenne il punto centrale del movimento artistico della Pop Art, che cercava di incorporare la cultura di massa e la pubblicità nella produzione artistica.
La sua opera più famosa di questo periodo è la serie di quadri delle lattine di zuppa Campbell, che rappresentano oggetti di consumo comuni. Queste opere d’arte rivoluzionarono il concetto tradizionale di bellezza artistica, portando l’arte fuori dai tradizionali confini dell’élite intellettuale e rendendola accessibile al pubblico comune. Vennero realizzati trentadue barattoli: tutti uguali, solamente con un’etichetta diversa a seconda del gusto.
Warhol dipingerà barattoli Campbell per tutto il resto della sua vita ed è significativo quanto egli dichiarò alla presentazione della mostra, giustificando la scelta del soggetto: «Le mangiavo. A pranzo ho mangiato la stessa cosa, per vent’anni, direi, sempre la stessa cosa». La raffigurazione frontale nega ogni tridimensionalità all’oggetto ed è la più eclatante espressione dell’importanza tributata da Warhol all’apparenza e alla superficie; la forza del quadro difatti risiede non già nel barattolo quanto piuttosto nel suo contenuto non rappresentato.
Warhol non si limitò solo alla pittura: nel 1964 fondò “The Factory”, uno studio artistico che divenne un punto di incontro per artisti, musicisti, attori e celebrità. In questo ambiente, Warhol incoraggiò la creatività e l’espressione libera, producendo una vasta gamma di opere, tra cui ritratti di celebrità come Marilyn Monroe, Elvis Presley e Mao Zedong. Allo stesso tempo, lavorò anche nel campo cinematografico, dirigendo e producendo una serie di film sperimentali e underground, come “Chelsea Girls” (1966) e “Empire” (1964). Negli anni ’70, Warhol ampliò ulteriormente la sua gamma artistica. Collaborò con musicisti come i Rolling Stones e i Velvet Underground, creando copertine d’album iconiche. Inoltre, si avvicinò alla fotografia, catturando immagini di vita quotidiana e celebrità con il suo stile distintivo.
Durante questo periodo, Warhol iniziò anche a dipingere ritratti su commissione per clienti facoltosi, guadagnando una considerevole reputazione come ritrattista. Nel 1975, Warhol fu oggetto di un attentato, in cui fu colpito da diversi proiettili. Sopravvisse all’attacco, ma questo evento ebbe un impatto significativo sulla sua vita e sulla sua arte. Dopo l’attentato, la sua produzione artistica si concentrò maggiormente sulla mortalità e sulla fragilità umana. Warhol non si limitò alla produzione artistica, ma divenne anche un imprenditore di successo. Lanciò una rivista chiamata “Interview”, che divenne un’importante piattaforma per interviste a celebrità e discussioni culturali. Collaborò anche con grandi marchi e aziende, aprendo nuove strade per gli artisti nel mondo del business.
La vita di Andy Warhol giunse tragicamente al termine il 22 febbraio 1987, a causa di complicazioni dopo un intervento chirurgico alla cistifellea. La sua morte lasciò un vuoto nel mondo dell’arte, ma il suo impatto duraturo è evidente nel modo in cui ha ridefinito il concetto di arte stessa, trasformando oggetti di consumo quotidiani in capolavori iconici e aprendo la strada per molte generazioni di artisti a venire. La sua eredità continua a vivere attraverso le sue opere, che sono esposte in musei e gallerie di tutto il mondo, e attraverso l’influenza che ha esercitato sulla cultura popolare e sull’arte contemporanea.
Autore eclettico, Warhol ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’arte contemporanea, di cui ha portato alle estreme conseguenze le profonde istanze di rinnovamento, rivoluzionando non solo il ruolo dell’artista ma la concezione sociale dell’arte stessa.
Prima che artista e regista, Andy Warhol fu una celebrità: un personaggio controverso, contradditorio ed eccentrico. Sfogliando le memorie delle persone che lo conobbero, è infatti possibile scorgere tutta una serie di tratti che tradizionalmente non gli si attribuirebbero. Viene descritto come un personaggio schivo, timido, gentile e con l’aria assente.
A questo Andy più intimo e sincero, si contrappone l’Andy star, la personalità che, con il suo modo di atteggiarsi e vestire, avrebbe raccolto attorno a sé le figure più stravaganti dell’ambiente newyorchese. Ad un certo punto, Andy Warhol non fu più un artista: era diventato egli stesso un marchio di fabbrica e uno stile di vita. La grafica pubblicitaria rivestirà un ruolo fondamentale per la sua successiva maturazione estetica, poiché consentirà a Warhol di elaborare la tecnica della cosiddetta "blotted line", procedimento che in parte anticipava la serigrafia. La tecnica prevedeva la realizzazione di schizzi a matita su carta impermeabile; i contorni dei disegni venivano quindi ritoccati con inchiostro di china e la composizione veniva successivamente trasferita su carta assorbente. Il risultato era un disegno dalle linee abbozzate ed incerte, le cui superfici interne erano poi colorate per mezzo di pastelli dai colori caldi e tenui.
La tecnica presupponeva una procedura che metteva profondamente in crisi i concetti di originalità dell’opera e centralità dell’artista: questi sì operava, ma ricoprendo un ruolo sempre più secondario e marginale, al pari di quanto avvenuto nell’esperienza dadaista. Il momento di grande svolta si ebbe solo negli anni Sessanta, quando Warhol cominciò a modificare profondamente sia il proprio aspetto (iniziò ad indossare la nota parrucca platino) che la propria arte. Se le precedenti opere si contraddistinguevano per la messa in evidenza di alcuni particolari degli oggetti rappresentati, ora oggetto d’osservazione diventavano gli articoli di massa del consumismo americano, i simboli dell’American way of life. Le linee, da frammentarie e spezzate, diventarono larghe e nitide e cominciarono a stagliarsi su sfondi tratteggiati e contraddistinti da alti contrasti.
Questa nuova estetica confluì nella sua prima grande retrospettiva, tenutasi nel 1962 presso la Ferus Gallery di Los Angeles. L’opera dell'artista proietta l’osservatore nel mondo commerciale e ne convalida l’estetica: gli oggetti commerciali trovano la loro vera natura solo nell’immaginario pubblicitario, che media il rapporto fra il soggetto e l’oggetto in sé, tramite la sua costante allusione. L’artista di Pittsburgh non faceva altro che rappresentare un oggetto della propria vita quotidiana e di quella di milioni di Americani come lui; la sua esperienza artistica diventava il pretesto per l’eguaglianza sociale di tutto il popolo statunitense: «Quel che c’è di veramente grande in questo Paese è che l’America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero.
Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla. Una Coca è una Coca, e nessuna somma di denaro può procurarti una Coca migliore di quella che beve il barbone all’angolo della strada. Tutte le Coche sono uguali e tutte le Coche sono buone. Liz Taylor lo sa, il Presidente lo sa, il barbone lo sa e anche tu lo sai». La soluzione estetica inaugurata con le Campbell’s Soup Cans proseguirà, di lì a poco, con le bottiglie di Coca-Cola. Anche qui, la costante ripetizione dell’oggetto tende a negarne la determinazione reale e a rafforzarne lo statuto iconico. Questa è tuttavia soltanto la prima fase dell’arte di Warhol, che subì molto presto un brusco e netto cambiamento.
Fu la morte di Marilyn Monroe a spingere l’artista ad indirizzare il proprio interesse non più sugli oggetti, ma sulle persone. Questo cambiamento si manifestò nel ciclo Death And Disaster, realizzato fra la fine del 1962 e l’inizio del 1963, ricomprendente i celebri ritratti della Monroe. L’operazione che Warhol attuò sull’immagine di Marilyn è tesa alla completa rimozione di quella dimensione emotivo-drammatica che avrebbe fatto nascere il mito dell’attrice, provocando, in tal modo, l’annullamento della sua identità. Il volto della donna viene così svuotato di ogni componente umana e vitale, si riduce ad un semplice cliché artificiale, senza vita propria. Non è più raffigurazione reale, bensì una sua “immagine”, presentata alla stregua di una merce o di un prodotto.
Osservando attentamente il quadro, si comprende per di più come l’interesse dell’artista non fosse tanto concentrato sul viso quanto sul trucco, pesante e marcato. Quest’ultimo diventa la maschera dietro la quale si annidano i timori e i desideri della coscienza collettiva: insomma, un’attrazione-repulsione per lo star system. L’ossessione di Warhol per i divi del cinema originava dal valore simbolico da questi rivestito per diversi settori della società americana, essendo considerati incarnazione dell’idea di bellezza e successo. Emergeva però allo stesso tempo un profondo senso di disfacimento: il trucco così accentuato rivela delle componenti macabre e diffonde su tutta l’opera un anelito di morte. Si pensi solo che la Monroe morì in capo a pochi mesi, mentre la Taylor (anch’ella oggetto di un’opera simile per stile), durante la lavorazione del film Cleopatra, ebbe dei problemi di salute che le fecero rischiare la vita.
La ritrattistica di Warhol risulta pertanto contraddistinta dalla centralità dell’immagine fotografica e per questo senso di morte che vi aleggia. Come poi anche le Jacqueline Kennedy dimostreranno plasticamente. «Direi che fu l’immagine del grande incidente aereo, la prima pagina del giornale: 129 MORTI. In quel momento dipingevo anche le Marilyn. Mi resi conto che ogni cosa che facevo aveva a che fare con la morte».




